Brevetti

Washington, 28 dicembre 1871. Un geniale immigrato italiano deposita, innanzi lo United States Patent and Trademark Office, il caveat (una sorta di “prenotazione” di brevetto) No. 3335, relativo ad un trovato denominato “telegrafo sonoro”, un particolare apparecchio che avrebbe consentito la comunicazione vocale tra due soggetti distanti tra loro.
Tutelando, in tal modo, la propria creazione, l’inventore Antonio Meucci aveva correttamente posto le fondamenta di un progetto imprenditoriale che, se ben condotto, si sarebbe potuto rivelare tra i più proficui dell’epoca.
Tuttavia, a causa delle forti difficoltà incontrate nel reperimento di finanziamenti, l’inventore non poté mai procedere alla presentazione della definitiva domanda di brevetto, lasciando inoltre scadere la prenotazione inizialmente depositata.
Ciononostante, proseguì a proporre il proprio progetto a numerose aziende, mai mancando di allegare scritti e disegni tecnici, fino a che, nel 1876, l’ingegnere Alexander Graham Bell, consulente dell’American District Telegraph Co., una delle imprese cui Meucci aveva proposto il proprio progetto, presentò una domanda di brevetto per un apparecchio estremamente simile a quello descritto nel caveat, oramai scaduto, dell’italiano, ottenendone poi la concessione definitiva.
Com’è facile immaginare, l’episodio sfociò in una serie di cause e procedimenti giudiziari cui venne dato ampio risalto mediatico, ma di fatto inconcludenti, e solo nel 2002 la Camera Statunitense stabilì che il reale inventore del telefono fu l’italiano.
Nel frattempo, la Bell Telephone Company, titolare finale dei brevetti richiesti dal suo fondatore, operò nel mercato in regime di monopolio di fatto, creando il cosiddetto “Bell System”, un impero commerciale negli Stati Uniti, in Canada ed in mezza Europa, durato ininterrottamente sino al 1984, e poi frazionato in innumerevoli compagnie regionali, ancora oggi pienamente operative.
La stessa ingenuità che l’italiano commise all’epoca, ossia continuare a proporre il proprio progetto nonostante l’assenza di adeguate tutele, è ancora oggi perpetrato da numerosi inventori ed imprenditori.
E se all’epoca tale azione poteva, forse, essere giustificata dall’alto costo delle tasse di registrazione, lo stesso non può più dirsi con la disciplina oggi vigente.
Infatti, se da un lato i costi di una tutela brevettuale ampia ed efficace restano decisamente rilevanti, è pur sempre lasciata la possibilità agli inventori di depositare la domanda di brevetto in un solo paese, a costi estremamente più contenuti.
Così facendo è possibile creare un punto fermo nel tempo in merito alla paternità dell’invenzione e, mentre le procedure previste seguono il loro corso, l’inventore ha modo di perfezionare l’invenzione, presentarla a terzi per ottenere finanziamenti, o di vendere, o dare in licenza, direttamente la domanda di brevetto, lasciando che sia poi l’eventuale acquirente a sostenere i successivi costi di estensione della tutela e/o di messa in produzione del prodotto.
Tra l’altro, lo sfruttamento indiretto di un’invenzione, mediante vendita o licenza, risulta essere molto conveniente per chi non sia in grado di affrontare gli ingenti investimenti richiesti da un’estensione di tutela e dall’avvio di una produzione industriale (che, tra l’altro, deve essere obbligatoriamente avviata entro 4 anni dal deposito della domanda).
Sono, infatti, numerose le aziende che, magari dopo aver avviato una produzione sulla base di uno o più brevetti, si sono poi accorte, conti alla mano, che i guadagni maggiori erano realizzati mediante accordi di licenza o di vendita delle privative, piuttosto che con la vendita diretta del prodotto finale.
Pertanto, se si è convinti di avere valide idee, tali da riscuotere successo nel mercato o da risultare profittevoli per investitori o per aziende terze, è allora il caso di verificarne la registrazione, procedervi presto, e farlo spesso.

Brevetti
(Disegno tecnico dell'invenzione di Antonio Meucci - 1871 - esposto al Garibaldi-Meucci Museum di New York)
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