Spesso, molto spesso, fortunatamente troppo spesso, mi vengono chieste informazioni su come proteggere un particolare alimento o come investire su un'innovativa ricetta.

Con somma gioia del palato, ho sviluppato la prontezza di chiedere un acconto “gastronomico” per valutare quale istituto possa servire allo scopo, e non è una valutazione assai facile.

Ebbene, nei Paesi Bassi c’è stato un consulente legale che ha riflettuto così tanto sulla questione da aver provato a rivendicare un tipo di tutela cui nessuno aveva, sino ad oggi, pensato di rivolgersi: il diritto d’autore sul sapore degli alimenti.

La storiella è decisamente curiosa: una coraggiosa azienda produttrice di latticini, la Levola Hengelo BV, ha provato a mettere in pratica l’originale consiglio legale cercando di rivendicare la tutela autoriale del sapore dell’ “Heksenkaas” (letteralmente, formaggio di strega); l’alimento in questione consiste in una sorta di crema al formaggio aromatizzata, inizialmente protetta dal suo ideatore mediante un brevetto di procedimento di produzione, poi intelligentemente ceduto alla Levola in cambio di una percentuale sui ricavi.

Pur nell’impossibilità di riprodurre legittimamente tale crema, la società concorrente Smilde Foods BV è riuscita a emularne tuttavia il sapore, evidentemente non così originale, tramite metodi di produzione completamente diversi da quelli oggetto del brevetto, dando quindi vita alla crema “Witte Wievenkaas”.

Già dall’onomastica si potrebbero dedurre le intenzioni della società sfidante, giacché la dizione Witte Wievenkaas (lett. donna bianca) veniva un tempo utilizzata per identificare le cosiddette donne sagge, ossia quelle donne in grado di predire il futuro; figure decisamente vicine alla strega del formaggio “brevettato”.

Ebbene, non potendo agire tramite il marchio, poiché i loghi erano graficamente del tutto differenti nonostante la somiglianza dei concetti in essi rappresentati, né tramite brevetto, stante il diverso metodo di produzione, l’unica soluzione apparsa percorribile è stata, appunto, quella di invocare il diritto d’autore sul sapore.

Sintetizzando all’estremo l’iter giudiziario, l’ardimentosa richiesta viene in primo grado respinta dal Tribunale di Genderland, il quale segnalava la mancata precisa indicazione degli elementi che conferirebbero originalità al sapore dell’Heksenkaas; sentenza prontamente impugnata e questione ripresentata alla Corte d’appello di Arnhem-Leeuwarden, i cui giudici, prima ancora di valutare nel merito la questione, si domandano giustamente se il sapore di un alimento sia, di per sé, tutelabile dal diritto d’autore; la questione viene quindi rimessa alla valutazione della Corte di Giustizia Europea.

Quest’ultima, con sentenza del 13 novembre 2018, a conclusione del procedimento C-310/17, ritiene che il diritto d’autore non sia decisamente invocabile per proteggere il sapore di un dato alimento.

Punto centrale della questione, osserva la Corte, è l’impossibilità, allo stato attuale della scienza, “di procedere ad un’identificazione precisa e obiettiva per quanto riguarda il sapore di un alimento. Infatti, a differenza, ad esempio, di un’opera letteraria, pittorica, cinematografica o musicale, la quale è un’espressione precisa e obiettiva, l’identificazione del sapore di un alimento si basa essenzialmente su sensazioni ed esperienze gustative soggettive e variabili, in quanto dipendono, in particolare, da fattori connessi alla persona che assapora il prodotto in esame, come la sua età, le sue preferenze alimentari e le sue abitudini di consumo, nonché l’ambiente o il contesto in cui tale prodotto viene assaggiato”.

Difficile, in questa occasione, dare torto alla Corte, giacché tutti sappiamo bene che, a parità di doti culinarie ed ingredienti, una pappardella al ragù di cinghiale mangiata da soli non reggerà mai il confronto di una gustata in numerosa ed allegra presso una trattoria umbro-toscana.

Ma un altro punto del ragionamento condotto dai Giudici Europei andrebbe forse evidenziato: il riferimento ai mezzi scientifici attualmente a disposizione.

Infatti, per quanto visionaria l’intuizione dei legali della Levola possa sembrare, la Corte Europea pare tra le righe possibilista ed aperta a rivalutazione, purché si trovi il modo di identificare un sapore con obiettività e certezza.

Dovesse la scienza risolvere questa originale questione, è altamente probabile che l’immenso patrimonio artistico italiano sia destinato ad aumentare in modo esponenziale.